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Rimarra' nella storia e nei nostri cuori di tutti i cristiani, ebrei, musulmani, buddisti e di ogni altra religione. Lo ricordiamo per aver lottato con tenacia contro le dittature e a difesa della pace e della liberta'. Racconteremo sempre ai nostri figli di questo grande uomo. Pace all'anima sua, il Signore lo accolga.

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E' stato il primo pontefice formato dal Concilio Vaticano II Wojtyla, il Papa che ha cambiato il mondo L'uomo ''chiamato da un Paese lontano'' ha conosciuto il nazismo e per piu' di 30 anni e' vissuto sotto il comunismo.

Papa Giovanni Paolo II

Cittą del Vaticano - 2 apr. (Adnkronos) - Quando, nel pomeriggio del 16 ottobre 1978, i fedeli raccolti in piazza san Pietro sentono il nome del nuovo papa, sono in molti ad interrogarsi su chi sia quest'uomo "chiamato da un Paese lontano" a raccogliere l'eredita' di Albino Luciani, deceduto dopo appena un mese di Pontificato. Il nuovo Papa e' un uomo dall'aspetto energico, ancora giovane, che pronuncia il suo primo saluto ai romani in un italiano stentato: "se sbaglio mi corrigerete". Una frase che entra subito nel cuore dei fedeli, che rende immediata e istintiva la simpatia umana nei suoi confronti.
Chi sia Karol Wojtyla, papa Giovanni Paolo II, 264esimo successore di Pietro, i cattolici di tutto il mondo avranno modo di impararlo presto. E l'iniziale simpatia si tramutera' in un sentimento piu' forte, in un affetto profondo che non abbandonera' mai il Papa durante il suo lungo pontificato, che portera' potenti e umili a condividere le ansie per la sua malattia, a raccogliersi attorno a lui, ormai vecchio e piegato, nella speranza di trasmettergli nuova energia. E a piangerlo come si piange un amico, una persona "di famiglia".

Nato a Wadowice, in Polonia, il 18 maggio 1920, papa Wojtyla ha conosciuto la ferocia nazista e la dittatura comunista. Ha lottato contro entrambe e la storia gli ha dato ragione. Nonostante la sua elezione sia avvenuta in un momento nel quale la divisione del mondo in "blocchi" sembrava irreversibile, una realta' immutabile. E la scelta dei cardinali riuniti in Conclave fosse interpretata come una inutile e avventata sfida ad un equilibrio mondiale basato sulla contrapposizione Est-Ovest.

Primo papa non italiano dopo 455 anni e primo slavo in assoluto, Karol Wojtyla amava affermare che ''nei disegni della Provvidenza non esistono mere coincidenze''. E forte di questa convinzione, ha impostato la propria missione seguendo una sola "logica", quella della fede e delle proprie idee.
La sua e' stata una "rivoluzione" che ha toccato anche la stessa Chiesa e che si e' estesa al mondo intero, a convinzioni e separazioni secolari. E' stato il Papa che confessava pubblicamente e periodicamente i fedeli come un comune parroco. Il Papa che ha infilato la ''fiteuah'', chiedendo perdono per la responsabilita' dei cristiani nell'antisemitismo, tra le pietre millenarie del Muro del Pianto come un semplice ebreo. E' stato il primo Papa ad aver varcato la soglia di una sinagoga dal tempo degli apostoli, a Roma nel 1986. Il primo ad esser entrato in una moschea, a Damasco nel 2001, e a varcare la soglia di una chiesa luterana nel 1987. Il Papa che andava in vacanza e sciava in Cadore, che ha fatto costruire una piscina a Castelgandolfo.

L'elenco dei suoi primati e' ancora lungo, a partire dalla durata del Pontificato, il secondo nella storia della Chiesa. E' stato definito il Papa viaggiatore: i suoi pellegrinaggi lo hanno portato in terre lontane, dove mai un Pontefice era arrivato. Ha compiuto 30 volte il giro del mondo, coprendo una distanza pari a tre volte quella che separa la terra dalla Luna. Quando venne eletto erano 108 i paesi che intrattenevano relazioni diplomatiche con il Vaticano. A fine 2004 il numero era salito a 175. Cifre significative che pero' diventano meno importanti davanti al vero "miracolo"
di Giovanni Paolo II: quello di avere saputo parlare ai giovani, di averli riportati a dialogare con una Chiesa spesso percepita come lontana.

Ma il pontificato di Wojtyla e' stato ancora altro: e' stato difesa del diritto al lavoro e dei diritti umani, fatta da un uomo che in gioventu' era stato operaio e che da sacerdote aveva attraversato due regimi totalitari.

Figlio di un ex ufficiale dell'esercito, Karol Wojtyla e' nato nel sud della Polonia, in un paese che dista solo 30 chilometri da Auschwitz. A Wadowice, all'epoca, vivevano settemila abitanti, duemila dei quali ebrei. E' in questo ambiente che il giovane Lolek si forma. Una infanzia difficile la sua, segnata dalla morte prematura della madre, avvenuta quando lui ha appena nove anni e da quella del fratello ventiseienne, tre anni dopo. E mentre in Europa si sviluppa il germe nazista, il giovane Karol vede crescere nel padre il sentimento religioso: ''La violenza dei colpi che aveva subito -ricorda Wojtyla- aveva aperto in lui immense profondita' spirituali''. ''Mi capitava di svegliarmi di notte e di trovare mio padre in ginocchio''.

L'infanzia a Wadowice e' la chiave che consente di leggere e di comprendere molte delle azioni del Pontefice. La visita al Muro del Pianto, emblema dell'ultima fase del pontificato, sarebbe forse inimmaginabile senza l'adolescenza passata accanto a Ginka Beer, compagna di scuola e "complice" nelle recite del giovane Karol e con Jerzy Kluger, futuro avvocato, figlio del presidente della Comunita' ebraica locale, al quale rimarra' legato per tutta la vita. ''Lolek -dira' Kluger- era un tipo speciale. Il primo a scuola, a teatro, il primo in tutto. Se fosse andato alla General Motors, sarebbe diventato presidente''.

E anche la lettera del 1998 sui ''colpevoli silenzi'' dei cristiani durante la Shoah, Wojtyla deve averla avuta in mente sin da quando, a 19 anni, assistette alla deportazione dei suoi amici, alla distruzione di intere famiglie. ''Chiunque viveva allora in Polonia venne, anche solo indirettamente, in contatto con tale realta'. Tale fu, dunque, anche la mia personale esperienza''' disse con schiettezza, anni piu' tardi, senza nessuna concessione a quanti, anche all'interno della Chiesa, avevano scelto di trincerarsi dietro ai ''non sapevamo, non immaginavamo''.

Primo Papa ad aver calcato in gioventu' le scene di un palcoscenico, Wojtyla ha sempre conservato il gusto dell'improvvisazione maturato nell'esperienza giovanile del 'teatro della parola viva', nel quale aveva manifestato eccellenti doti di voce, gestualita', passione, memoria. Una esperienza anche in questo caso bruscamente troncata dalla invasione nazista della Polonia, nel 1939. Che lo costrinse, per salvarsi dalla deportazione, al lavoro nelle cave di pietra. ''Sono sempre vicino agli operai anche perche' lo sono stato anch'io'' dira' il 25 gennaio 1979, sull'aereo che lo porta in Messico, ricordando quando nel 1940 comincio' a lavorare nella fabbrica chimica Solvay. ''Avevo dovuto interrompere gli studi che avevo iniziato all'universita' Jagellonica di Cracovia. Vivevamo tempi difficili. E posso dire che il lavoro fisico fatto da operaio, il contatto con il mondo del lavoro mi sono serviti molto di piu', per la mia formazione, che il dottorato in teologia''.

E' difficile comprendere il pontificato di Giovanni Paolo II senza ricordare quanto la sua storia personale sia strettamente intrecciata a quella dei due totalitarismi del XX secolo. Seminarista clandestino, con una ''vocazione sacerdotale adulta'' maturata durante l'occupazione nazista della Polonia e la devastazione della guerra, Wojtyla venne profondamente influenzato dall'insegnamento dell'arcivescovo Adam Stephan Sapieha, chiamato ''il Principe indomito'' per le origini aristocratiche e per la nobile fermezza con cui aveva respinto i tentativi dei nazisti di essere ricevuti con onori a Cracovia.

Fu lui a ordinare Wojtyla sacerdote, il primo novembre 1946. Wojtyla celebro' la sua prima Messa nella cripta di san Leonardo della cattedrale del Wawel, la ''Ara patriae'' della Polonia.Trascorse poi due anni a Roma per il dottorato alla Pontificia universita' san Tommaso-Angelicum, conseguito con una tesi sul mistico san Giovanni della Croce. Viaggio' in Belgio e in Francia per incontrare i preti-operai e torno' in patria nell'estate del 1948. Trovando il proprio paese schiacciato da un'altra dittatura, quella del comunismo. All'incubo dei lager si era sostituito quello dei gulag, mentre la Chiesa era ridotta al silenzio e le liberta' fondamentali erano cancellate. E ancora una volta, l'esperienza diretta del sacerdote Wojtyla spiega l'azione del papa Wojtyla, la scelta di dedicare la propria missione alla causa dell'uomo, nella sua unitarieta' di diritti spirituali e bisogni materiali.

Una missione che e' stata subito compresa dai giovani, ai quali ha saputo parlare come forse nessun suo predecessore aveva fatto prima. Nell'aprile 2001, pochi mesi dopo la XV Giornata della Gioventu' a Tor Vergata, a Roma, che con i suoi due milioni di ragazze e ragazzi e' stato il piu' grande raduno europeo di tutti i tempi, volle ringraziarli per avere in oltre vent'anni ''accompagnato e quasi sostenuto il Papa lungo il suo peregrinare apostolico attraverso i Paesi della Terra''.

E ancora a Toronto, a fine luglio 2002, confido' loro: ''il Papa e' vecchio e un po' stanco, ma si identifica con le attese e le speranze dei giovani. La giovinezza arriva e passa, ma resta per tutta la vita''. Un sodalizio maturato nei primi 10 anni di sacerdozio, quando per tre anni fu anche parroco (dal 1948 al 1951 a Niegowise e nella Chiesa di san Floriano a
Cracovia): Wojtyla dedico' le migliori energie ai giovani, mentre da loro imparava a rispondere dal versante della fede agli interrogativi sulla liberta', l'amore, le conseguenze della liberazione sessuale, le questioni dell'educazione e del lavoro.

Papa Wojtyla e' stato anche il primo Pontefice che si e' formato dalla grande scuola teologica ed ecclesiale del Concilio Vaticano II. Docente di Etica sociale nel seminario di Cracovia dal 1952 al 1958, dal 1956 all'universita' di Lublino dove si afferma come uno dei piu' significativi pensatori polacchi, Wojtyla ha appena 38 anni quando viene nominato vescovo ausiliare di Cracovia: la nomina lo raggiunge mentre e' in vacanza in canoa assieme ad alcuni giovani amici nel luglio 1958.

Mentre in Polonia cresce la pressione dell'alleato sovietico, spaventato dalle aperture di Wladislaw Gomulka, che tra i suoi primi atti reintegra il cardinal Stefan Wyszynski rimasto incarcerato per 37 mesi, a Roma il 28 ottobre viene eletto al soglio pontificio il 77enne patriarca di Venezia Angelo Roncalli. E' l'inizio di un papato che sara' caratterizzato dall'attenzione nei confronti dei paesi del Patto di Varsavia. Nasce, con mons. Agostino Casaroli, futuro segretario di Stato proprio con Wojtyla, l'Ost-politik.

Il Concilio Vaticano II rappresenta per Karol Wojtyla una occasione di maturazione teologica e pastorale e il giovane vescovo di Cracovia diventa un punto di riferimento per coloro che appoggiano le aperture della Chiesa cattolica al mondo moderno. Collabora alla stesura della 'Gaudium et spes', documento fondamentale, con la 'Lumen gentium' e la 'Nostra aetate', del Concilio. Anche il successore di papa Roncalli, Giovanbattista Montini, apprezza l'arcivescovo polacco, tanto da attingere alle sue opere ''Amore e responsabilita''' e ''Persona e atto'' (entrambe del 1966) per l'enciclica ''Humanae vitae''. E questo nonostante il saggio sull'etica coniugale avesse suscitato scalpore, in Vaticano, per la celebrazione della sessualita' umana come dono di Dio.

In quegli anni, Wojtyla matura la convinzione che ruolo della Chiesa non e' quello di imporre la verita', ma contribuire alla costruzione del mondo, facendo in modo che siano gli uomini a scoprire la verita'. Una rotta che ha caratterizzato il suo pontificato e che il papa ha articolato nella Enciclica ''Fides et ratio'', pubblicata il 15 ottobre 1998.

Il 30 dicembre 1963, Wojtyla e' nominato da Paolo VI arcivescovo di Cracovia.
E meno di tre anni dopo, il 26 giugno 1967, lo stesso pontefice lo nomina cardinale. Un riconoscimento per il contributo offerto al Concilio. E' in questa fase che Wojtyla inizia a viaggiare e a maturare la convinzione che la divisione del mondo in due sfere di influenza politico-militare ed i rischi di una guerra nucleare, non siano una realta' immutabile. Sostenuto, in questo, dal primate polacco, cardinal Stephan Wyszynski, fiero avversario del regime.

Ed e' in questa fase della vita di Wojtyla che si trovano le premesse della sua vittoria, da Papa, nei confronti del comunismo. Emblematico, in questo senso, l'episodio della "battaglia" di Nowa Huta. In questa Cittą, fiore all'occhiello dell'industria siderurgica polacca, il regime negava la costruzione di una Chiesa. La notte di Natale del 1963, Wojtyla sfida le autorita' celebrando la Messa all'aperto, sotto una pioggia battente. Questa, dice, e' ''la nuova grotta di Betlemme''. Il braccio di ferro si conclude sei anni dopo, con la capitolazione delle autorita' polacche. La Chiesa si fara'.
E il 15 maggio 1977, inaugurando l'edificio, Wojtyla puo' affermare: ''Questa non e' una Cittą di persone che non appartengono a nessuno, con cui potete fare quello che vi piace; che possono essere manipolate secondo le leggi della produzione e del consumo. Questa e' una Cittą di figli di Dio''.

Quando pronuncia queste parole, Wojtyla sa di avere di fronte un potere ormai debole, lontano dal paese reale, nel quale l'opposizione sta riorganizzando le fila e l'autorevolezza della Chiesa non e' piu' in discussione. E nel 1976, chiamato a predicare gli esercizi spirituali davanti alla Curia romana e a Paolo VI, parla del pericolo del consumismo dell'Occidente ma condanna anche l'altra forma di ''contraddizione a Cristo'', quella dei Paesi dove l'ateismo e' eretto a sistema.

"Tu porterai la Chiesa nel Terzo millennio", gli dice il vecchio cardinal Wyszynski dopo il Conclave che elegge Wojtyla papa. Quasi una profezia che si e' realizzata. Ma l'elezione al Soglio di Pietro e' stata anche una operazione di alta ingeneria politica. Suo grande elettore e' stato il cardinale di Vienna Franz Konig, che ha fatto in modo da far convergere sul nome del cardinale di Cracovia i voti dei porporati anglofoni e francofoni e ha faticato a vincere le resistenze di quanti manifestavano dubbi a votare per un candidato non italiano. Un lavorio sommerso quanto efficare, se e' vero che all'ottava votazione Wojtyla raccolse 99 voti su 111 votanti.

Wojtyla accetta l'incarico serenamente. I timori della vigilia, quando si era confidato con il suo vecchio amico Wyszynski dicendo di avere un vivo presentimento, sono definitivamente superati. Ad aiutarlo nei momenti di incertezza e' la fede, una fede profonda, mistica. Di lui si racconta che spesso abbia passato le sue notti raccolto in preghiera. E chi lo ha visto dire Messa e' rimasto colpito per la concentrazione e la spiritualita' dei suoi gesti, dai quali traspare la visione della Croce quale fulcro della storia.

Una spiritualita' della quale ha parlato lo stesso Wojtyla in un colloquio con George Weigel, autore dell'unica biografia ''autorizzata'' tra le centinaia che sono state scritte su di lui: ''Cercano di capirmi dal di fuori. Ma io posso essere capito solo dal di dentro''.

Che il suo pontificato sarebbe stato caratterizzato dal richiamo costante alla fede lo si comprese fin dal primo momento, da quel 16 ottobre 1978 quando saluto' i fedeli in piazza san Pietro con l'esclamazione ''Sia lodato Gesu' Cristo!'', desueta da anni. Ed il discorso di inaugurazione, sei giorni piu' tardi, suono' come un manifesto: ''Non abbiate paura. Aprite -disse- spalancate le porte a Cristo!''. ''Aprite i confini degli Stati, i sistemi economici, quelli politici, i vasti campi di cultura, di civilta', di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa c'e' dentro l'uomo. Solo lui lo sa!''. E tutto il suo pontificato, dalla lotta al comunismo a quella contro le dittature del Terzo mondo, alla sfida nei confronti del Nord del mondo e antinatalista, ha rappresentato l'attuazione del programma enunciato quel giorno.

Energico, deciso, poco incline al compromesso, incurante delle difficolta' anche a causa delle vicissitudini subite fin dall'infanzia, Wojtyla e' stato un interlocutore scomodo per i governi di quella parte del mondo dove da mezzo secolo venivano repressi i diritti umani, primi fra tutti i diritti politici, la liberta' di opinione e di religione. Da decenni il Vaticano e Mosca erano apertamente nemici, Roma e Mosca simboli di due mondi incomunicabili, nonostante l'ost-politik di mons. Casaroli avesse strappato impercettibili concessioni per garantire la sopravvivenza dei cattolici nei Paesi comunisti.

E' il giugno 1979. Wojtyla torna da Papa nella sua Polonia. Ad accoglierlo, in piazza della Vittoria a Varsavia (oggi tornata a chiamarsi piazza Josef Pilsudski), la stessa dove il regime abitualmente celebra se stesso, migliaia e migliaia di persone, raccolte sotto una enorme croce. E le sue parole non sono parole accomodanti, di mediazione. ''Non si puo' escludere Cristo dalla storia dell'uomo in qualsiasi parte del globo, e su qualsiasi longitudine e latitudine geografica''. ''L'esclusione di Cristo dalla storia dell'uomo -tuona mentre la sua voce e' sommersa dagli applausi- e' un atto contro l'uomo. E' impossibile capire senza Cristo questa nazione dal passato cosi' splendido e insieme cosi' terribilmente difficile''.

E' un viaggio che fa tremare il regime e scuote le mura del Cremlino. A Gniezno, ''primo Papa slavo nella storia'', si rivolge a tutti i popoli slavi, croati e sloveni, bulgari, moravi e slovacchi, cechi e slavi di Serbia, e traccia il manifesto della sua azione ad Oriente: ''Questo Papa sangue del vostro sangue e ossa delle vostre ossa viene per parlare davanti a tutta la Chiesa, l'Europa e il mondo, di queste nazioni e di queste popolazioni spesso dimenticate. Viene per gridare con voce potente''.

Un duro colpo al regime. Ma Wojtyla non si ferma. L'anno dopo si rivolge al leader sovietico Leonid Breznev, al quale il 16 dicembre scrive una lettera per metterlo in guardia dalla tentazione di intervenire militarmente in Polonia, richiamandolo al ''fedele rispetto dei solenni principi dell'atto finale di Helsinki'' circa ''il non intervento negli affari interni di ciascuno degli Stati firmatari''. Atto senza precedenti, la lettera vergata su carta color crema, coronata dallo stemma personale di Giovanni Paolo II tocca un nervo scoperto: era stata proprio l'Urss a spingere per la firma di quel documento che considerava una sorta di ratifica della divisione dell'Europa in sfere di influenza sancita a Yalta.

Cinque mesi dopo Wojtyla viene ferito in Piazza san Pietro dai colpi di pistola sparati da Ali Agca. Una vicenda che, malgrado i processi che si sono celebrati, mantiene a distanza di quasi un quarto di secolo contorni ancora oscuri. Ad oggi non e' dato sapere chi abbia armato la mano dell'attentatore. Ma tra le ipotesi ha preso sempre piu' vigore quella che interpreta l'attentato come un tentativo di porre termine ad un papato "destabilizzante" degli equilibri internazionali.

L'estremista turco e' stato graziato nel 2000, su richiesta del Papa e oggi e' in carcere in Turchia dopo 19 anni passati in cella di isolamento nelle carceri italiane. Anni durante i quali vani sono stati i tentativi di indurre Agca a rivelare l'identita' dei suoi mandanti.
Quale sia stata la mano che ha armato il Lupo Grigio, il Papa, pur gravemente ferito, si riprende. E non lesina le "picconate" nei confronti dei regimi comunisti. E' un decennio, quello che passa tra il suo primo viaggio in Polonia e le elezioni del 1989 vinte dal cattolico Tadeusz Mazowiecki, durante il quale Wojtyla difende senza mezzi termini il suo Paese dalla minaccia di un intervento sovietico. Nel corso di tutto l'anno 1982, il Papa parla della Polonia durante gli incontri con i fedeli ogni mercoledi' e ogni domenica. Una insistenza che gli vale le accuse della agenzia sovietica Tass di fomentare ''attivita' sovversive'' nei Paesi dell'est europeo, di essere responsabile della crisi in Polonia e di portare avanti ''un'azione propagandistica sovversiva su vasta scala''. Ma Wojtyla non se ne cura, va dritto per la propria strada, fino a sfidare ancora una volta le autorita' polacche e a tornare nel proprio paese nel giugno 1983, in piena legge marziale. E torna nuovamente nel 1987, una occasione nella quale pronuncia parole profetiche, parlando della sfida ''molto profonda'', che puo' essere ''distruttiva'', che si sta combattendo in vari luoghi del mondo fra cristianesimo e marxismo dialettico.

E due anni piu' tardi, la caduta del muro di Berlino certifica la sua vittoria. Un riconoscimento che gli viene anche, il primo dicembre 1989, dal nuovo leader sovietico, Michail Gorbaciov. ''Tutto cio' che e' accaduto nell'Europa orientale in questi ultimi anni -dice varcando i cancelli dello Stato Pontificio- non sarebbe stato possibile senza la presenza di questo Papa, senza il grande ruolo, anche politico, che ha saputo giocare sulla scena mondiale''.

E alle parole di Gorbavciov seguono atti concreti. Nel giugno 1990 vengono allacciate ufficialmente relazioni diplomatiche fra Santa Sede ed Unione sovietica, con la nomina del primo nunzio apostolico, mons. Francesco Colasuonno. Pochi mesi dopo la seconda visita di Gorbaciov in Vaticano, il 18 novembre 1990, il 13 aprile 1991 il Papa nomina amministratore apostolico a Mosca mons. Tadeusz Kondrusiewicz.
L'immagine simbolo di quella vittoria e' il Papa che il 22 giugno 1996 attraversa, a fianco del Cancelliere Helmut Khol, la Porta di Brandeburgo. A Berlino il papa pronuncia uno storico discorso, ricordando le sofferenze causate dalla divisione della Germania e lanciando davanti alle autorita' tedesche, ai vescovi e ai berlinesi un appello ''all'Europa, chiamata all'unita' nella liberta'''.

Un sogno, quello di una Europa ''dall'Atlantico agli Urali'', che respiri con i due polmoni delle tradizioni dell'est e dell'ovest, che Wojtyla e' tornato ad accarezzare con sempre maggiore insistenza negli ultimi anni, appoggiando l'allargamento ad Est ed il completamento delle riforme istituzionali dell'Unione europea, la piena integrazione politica e non solo economica dopo la soddisfazione per l'entrata in vigore dell'euro, premendo per un riconoscimento del ruolo delle comunita' dei credenti, di tutte le fedi, nella costruzione della societa' europea.

Pontefice dotato di una visione strategica, Wojtyla e' stato un papa fuori dagli schemi, non adattandosi mai a subire imposizioni formali legate a un protocollo secolare. Uomo tra gli uomini ha infranto la tradizione che voleva il successore di Pietro inaccessibile, figura ieratica e quasi sacrale. Nei suoi viaggi, nelle udienze in Vaticano, negli incontri con i fedeli non sono mai mancati momenti di "normalita'", improvvisazioni e gestualita' al di fuori di ogni schema: dagli abbracci ai moribondi ospitati negli istituti di Madre Teresa di Calcutta alle conversazioni improvvisate con i giornalisti, alle battute in romanesco, quasi una prosecuzione di quel suo primo "se sbaglio mi corrigerete".

Comportamenti che gli consentono di avvicinare la gente alla Chiesa, di superare le barriere mettendo l'interlocutore a proprio agio. E anche di intervenire, prendendo spunto da questi improvvisati dialoghi, su questioni fondamentali. E' quanto accade durante il suo primo viaggio all'estero, in Messico (gennaio 1979). Ascolta un indio lamentarsi: "Santita', non abbiamo lavoro, non abbiamo terra, non abbiamo cibo". E risponde accantonando il discorso ufficiale e improvvisando in spagnolo: "dobbiamo abbattere le barriere dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo", dice con forza.

Proprio la guerra all'ingiustizia e all'ingiustizia della guerra e' stato uno dei cardini della sua azione. Papa Wojtyla non si tira mai indietro, ne' quando e' chiamato a pronunciarsi contro le ingiustizie sociali ne', tanto meno, quando la sua missione lo porta a visitare luoghi dove i diritti umani sono calpestati o dove una guerra e' in corso. Argentina (1982), El Salvador (1983), Guatemala (1983), Timor Est (1989), Sarajevo e Beirut (1997) sono solo alcune mete del suo apostolato.
Le ragioni di questa scelta le spiega il 7 maggio 2000, celebrando a Roma, al Colosseo, i martiri e i testimoni di tutte le fedi cristiane: ''La generazione a cui appartengo ha conosciuto l'orrore della guerra, i campi di concentramento, la persecuzione. Sono testimone io stesso, negli anni della mia giovinezza, di tanto dolore, di tante prove''.

Testimone del suo tempo, ma anche testimone della fede. Il pontificato itinerante e' stato contraddistinto dalla visione strategica di rilanciare il messaggio cristiano in tutti i contesti storici e geografici possibili.
''Il Papa deve avere una geografia universale'' spiega ai giornalisti durante uno dei suoi primi viaggi. ''Io vivo sempre in questa dimensione, nella preghiera del mattino, spostandomi idealmente lungo il globo. Ogni giorno c'e' una geografia spirituale che percorro. La mia spiritualita' e'un po' geografica''.
Dagli otto viaggi nella sua Polonia ai numerosi viaggi in Europa (Francia, Portogallo, Germania, Paesi Bassi, scandinavi e Repubbliche baltiche), in America Latina e Stati Uniti, in Asia (Giappone, Corea, Filippine, Indonesia), in Oceania (Australia, Papua Nuova Guinea). Solo in Africa, Giovanni Paolo II compie 14 viaggi in poco piu' di vent'anni, dal primo viaggio nel maggio 1980 in Zaire, Congo, Kenya, Alto Volta, Costa d'Avorio, a quello in Egitto e sul Sinai del febbraio 2000, visitando oltre 40 Paesi e piu' di un centinaio di Cittą.

E per la prima volta nella storia della Chiesa un Papa ha visitato anche l'isola atlantica di Goree' (febbraio 1992), per vedere quella ''Casa degli schiavi'' dalla quale decine di milioni di indigeni vennero imbarcati sui galeoni fra il XVI e il XIX secolo e deportati in America. ''Occorre che si confessi in tutta verita' e umilta' -dice dopo aver fissato per sette lunghi minuti in silenzio l'oceano sul quale si era consumata ''l'orribile aberrazione di coloro che hanno ridotto in schiavitu' i fratelli e le
sorelle''- questo peccato dell'uomo contro l'uomo e contro Dio. Da questo santuario del dolore nero imploriamo il perdono del Cielo''.

Cosi' come chiede perdono per le conversioni forzate che in Africa e in America erano state imposte dai missionari alle popolazioni indigene. Accade nella Giornata del perdono da lui voluta il 12 marzo 2000 per ''purificare la Chiesa dalle colpe del passato'', contro una parte della Curia romana contraria alla richiesta di perdono per errori non personalmente commessi dai contemporanei: fra gli altri, l'Inquisizione, la discriminazione verso le donne e verso gli ebrei, i processi contro scienziati come Galileo Galilei.
Giovanni Paolo II va in Turchia, Romania e Georgia per parlare agli ortodossi; in India per parlare alle grandi religioni non cristiane. Visita Cuba facendo cadere un altro muro e spingendo il Paese a superare la rivoluzione ideologica di Fidel Castro. Ma forse e' il viaggio in Terra Santa a caricarsi di una straordinaria simbologia con il discorso tenuto al mausoleo dell'Olocausto di Yad Vashem.

Quel 22 marzo 2000 a Gerusalemme, il Papa chiude nel segno di una riconciliazione di portata storica la polemica secolare con gli ebrei, riconoscendo le responsabilita' della Chiesa e manifestando il suo pentimento, invitando a guardare al futuro per costruire insieme un mondo di pace in cui non si ripetano gli orrendi crimini del nazismo. Al Muro del Pianto, depositando tra le antichissime fessure di pietra il mea culpa recitato a san Pietro, realizza uno degli atti piu' alti del suo pontificato, invitando ancora una volta gli ebrei a camminare insieme come figli del comune padre Abramo.

Tutto proteso verso una visione strategica del messaggio cristiano, il pontificato di Wojtyla riserva meno cure alle riforme della Curia vaticana.
Giovanni Paolo II si limita a proseguire l'opera iniziata da Paolo VI nel 1967 definendo alcune riforme con la Costituzione apostolica ''Pastor bonus'', del 1988: tra le novita', la trasformazione del Consiglio per gli Affari pubblici della Chiesa in Segretariato per i rapporti con gli Stati; l'unificazione dei dicasteri per il culto divino e la disciplina dei sacramenti; l'istituzione di una serie di pontifici Consigli al posto dei segretariati e delle Commissioni. Con la Costituzione apostolica ''Universi dominici gregis'' del 1996 vengono poi stabilite le norme del Conclave: numero chiuso a 120 per i cardinali con diritto di eleggere il Papa (sfondato nei Concistori del 2001 e del 2003, quando il numero degli elettori e' stato portato a 135); perdita del diritto di voto per chi compie 80 anni.

A Wojtyla non sfugge pero' che si pone il problema di una maggiore collegialita' nel governo della Chiesa, malgrado l'internazionalizzazione della Curia. Cosi' come si pongono con forza altre questioni: la maggiore valorizzazione del ruolo della donna nella societa' e nella Chiesa, la sessualita' e le sfide della bioetica in un mondo secolarizzato. E, ancora, il dialogo ecumenico, prima di tutto con gli ortodossi e i protestanti. Ma forse, con maggiore urgenza dopo il traumatico cambiamento dello scenario mondiale causato dagli attentati dell'11 settembre negli Stati Uniti e dall'esplosione del terrorismo internazionale da New York a Madrid a Bali, c'e' la grande sfida lanciata alle religioni per un'alleanza strategica per la pace fra Cristianesimo, Ebraismo e Islam.

Wojtyla lancia la sfida nel corso del Giubileo durante il viaggio in Medio Oriente. E torna a parlarne a Damasco, il 6 maggio 2001, impegnando i cristiani a non entrare ''mai piu' in conflitto'' con i musulmani ma ancor piu' spingendo per rapporti di convivenza e collaborazione reciproca fra i membri delle tre grandi religioni monoteistiche. Gli attentati alle Torri Gemelle di New York imprimono una ulteriore intensificazione agli appelli del Papa per una coalizione delle fedi mondiali, nella assoluta condanna di un ''terrorismo in nome di Dio'' che altro non e' che ''profanazione della religione e bestemmia''. Proprio per questo Wojtyla invita ad Assisi, 16 anni dopo il primo storico incontro, i capi delle grandi religioni, per una preghiera comune, senza nessun sincretismo, per la fine dei conflitti mondiali.

La Chiesa di Wojtyla e' stata una chiesa che si e' posta la questione della riconciliazione con la modernita'. Il pontificato dell'"uomo venuto da lontano" ha impresso una accelerazione in questo senso, pur nella valorizzazione della religiosita' popolare. La devozione del Papa alla Madonna, il "Totus tuus" a lei dedicato scelto come motto, sono un preciso segnale in questo senso. Karol Wojtyla non si e' mai stancato di invocare la protezione della Madonna sul mondo ne' di affermare la propria fiducia incrollabile circa la presenza di Dio nella storia, come quando, con la rivelazione del terzo segreto di Fatima, ha spiegato il "suo" Novecento.
Il pontificato di papa Wojtyla si chiude con due sogni irrealizzati. Il papa che ha sconfitto il comunismo non ha potuto visitare Mosca e Pechino. Nella capitale russa era stato invitato dall'allora presidente michail Gorbaciov, il 18 novembre 1990. Ma il colpo di Stato che nell'agosto dell'anno successivo porto' alle dimissioni dell'uomo della "glasnost" blocco' il progetto. E i successori di Gorbaciov, Eltsin e Putin hanno preferito soprassedere, anche a causa della inflessibile contrarieta' di Alessio II, patriarca di tutte le Russie. Una contrarieta' che si e' tramutata in aperta ostilita' dopo l'erezione in diocesi, nel gennaio 2002, delle quattro amministrazioni apostoliche esistenti in Russia. Decisione cui ha fatto seguito l'espulsione, in pochi mesi, di alcuni sacerdoti e di un vescovo cattolico dal territorio russo. Altrettanto incompiuto rimane il viaggio in Cina, nonostante gli sforzi diplomatici di questi ultimi anni e la richiesta di perdono del Papa il 24 ottobre 2001 per i torti e gli errori commessi dalla Chiesa cattolica in Estremo Oriente.


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