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Psichiatria e farmaci

Sempre più spesso comportamenti comuni vengono etichettati come disturbi psichiatrici, senza diagnosi specifiche, soprattutto nei bambini, che vengono in questo modo trattati con metanfetamine simili alle odierne droghe da strada. Ma il business psichiatrico rischia adesso di contaminare settori della medicina convenzionale. E' il caso del Talidomide, sperimentato per il cancro: questo sedativo-ipnotico provocò negli anni sessanta 10 mila malformazioni nei nascituri e fu ritirato dal mercato.
Il Talidomide veniva infatti prescritto alle mamme incinte. [1] Caso analogo quello del flibanserim: la notizia fu diramata l'anno scorso dal Sunday Times, vedendolo passare da antidepressivo a "viagra rosa", per incrementare il desiderio femminile. [2] Oppure della Sibutramina, ritirata dal commercio nel 2002, in seguito a 50 segnalazioni di effetti avversi e due morti sospette. La Sibutramina era in realtà un antidepressivo, ma diviene pillola dimagrante. [3]

Insomma, un'ingerenza con aspetti drammatici. Infatti, pur essendo esiguo il numero di psicofarmaci rispetto ai farmaci, un terzo dei principi attivi ritirati dal commercio dal 1960 a oggi appartiene alla prima categoria (Cylert, Adderall, Melleril, Halcion, Methaqualone, Zimelidine sono solo alcuni esempi).

E non dimentichiamo che le sostanze psichiatriche si sono spesso trasformate in droghe illegali. L'LSD negli anni cinquanta era propagandato come rimedio universale, in particolare per la schizofrenia. Fu poi reso illegale a causa della sua diffusione incontrollata tra i giovani. La canapa era usata nel trattamento delle malattie mentali nell’Ottocento; l'ecstasy era usata in psicoterapia; le anfetamine erano antidepressivi negli anni trenta. Lo stesso destino potrebbe avere adesso il Ritalin, già sniffato da molti studenti in America per sballarsi a basso costo.

Un quadro allarmante, spesso sottovalutato, perché nella figura dello psichiatra si vede quella dell'esperto, nonostante le sue valutazioni siano basate su opinioni e valutazioni soggettive e mai esami scientifici; nonostante il risultato sia troppo spesso la prescrizione di uno psicofarmaco che potrebbe portare alla dipendenza e degradare radicalmente il futuro in cui abbiamo sempre creduto.

 

Risposta

Per un parere ben ponderato occorrerebbe controllare la veridicità della elaborazione statistica di certi dati riportati nell'articolo, ma anche in assenza di certe verifiche possiamo trovarvi affermazioni condivisibili, conclusioni meno anche se in parte anch'esse condivisibili

è certo che una certa dose di approssimazione colpisce ogni settore della farmacologia, poiché le esperienze cliniche sulle nuove molecole, a dispetto di una procedura che dovrebbe imporre precisi step di verifica ante-commercializzazione (onde evitare diffusione di terapie prive di riscontri sullo stile del fenomeno Di Bella), di fatto non sono sempre (mai?) complete al momento della diffusione di ogni nuovo farmaco

se ciò appare ampiamente giustificato in settori come l'oncologia, dove la vita e la morte possono dipendere da tempestività di intervento specie se i rimedi tentati fino a quel momento non sono stati sufficienti, in altre specialità, coem la psichiatria, si può presumere che una maggior prudenza sarebbe auspicabile

se però va sicuramente stigmatizzata una medicalizzazione in tal senso, francamente eccessiva nelle terapie di molti soggetti giovanissimi, non si possono dimenticare le sofferenze difficilmente immaginabili di coloro che soffrono di disturbi nervosi e ne sono coscientemente travolti, schiavi di una patologia che non sempre i farmaci attuali riescono a sconfiggere

tale sofferenza è anche quella delle famiglie di questi soggetti

non è un campo facile in cui ci si possa schierare con disinvoltura da una parte o dall'altra: esistono certamente interessi economici che possono influenzare certe proposte terapeutiche, ma non si devono dimenticare anche reali bisogni di nuove terapie

per quanto riguarda il mondo della droga, esso ha ormai fatto sue persino sostanze molto utilizzate in passato come anestetici e ancora adesso usatissime in medicina veterinaria, che a causa dell'abuso da parte di tossicodipendenti sono state di necessità inserite tra gli stupefacenti (vedi Ketamina)

il fatto che ciò sia accaduto non solo con molecole nate come psicofarmaci, ma anche con anestetici e con analgesici dimostra che il mercato delle sostanze utilizzabili in tal senso non sta certo ad attendere la nascita di nuove molecole psicotrope, ma ricicla in tal senso ogni tipo di sostanza anche vagamente atta a produrre effetti psichici (dalla colla ai solventi al carburante, alle bevande a base di caffeina e aminoacidi)

pertanto l'argomento finale dell'articolo, che sembra cercare una motivazione per bloccare la ricerca farmacologica nel settore degli psicofarmaci nella possibilità di riuscire a evitare di "inventare" nuove molecole riciclabili in tal senso dal mondo della
droga, appare francamente debole e privo di logica, poiché ogni nuova ricerca ha un suo senso nel progresso medico che può indurre e non certo nell'uso deteriore che individui depravati possono compiere con essa o senza di essa.

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